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| Carneadi |
CarneadiCarneade di Cirene (214 AC ca. - 120 AC ca.) è stato un filosofo dell'antica Grecia.
Originario del nord dell'Africa e figura considerata minore fra i filosofi del suo tempo, è ricordato tuttavia come oratore appassionato (si dice dimenticasse di cibarsi per preparare i suoi lunghi discorsi tenuti in pubbliche piazze) e sottile dialettico.
Fu uno scettico radicale e il primo filosofo a sostenere il fallimento dei metafisici che volevano scoprire un significato razionale nelle credenze religiose. Criticò lo stoicismo ad Atene e fu scolarca dell'Accademia platonica.
In particolare, Carneade sostenne che, nell'impossibilità di raggiungere una verità oggettivamente sicura, l'uomo saggio era tenuto, sul piano pratico, ad accontentarsi del probabile. I suoi critici, tuttavia, sottolineano come tendesse a mutare pensiero nel raggio di un breve tempo e anche per questa ragione, forse, il suo insegnamento è risultato piuttosto frammentato (oltre che per il fatto che non lasciò nulla di scritto, tanto che sarebbe poi toccato ad un suo discepolo - Clitomaco, originario di Cartagine - esporne le argomentazioni nei propri scritti, peraltro andati perduti).
Nel 155 AC Carneade fece parte della celebre ambasceria inviata a Roma dagli Ateniesi multati per aver saccheggiato Oropo; qui riscosse successo argomentando, in due giorni successivi, a favore e contro l'esistenza di una legge naturale universalmente valida.
Carneade è conosciuto - e spesso nominato come sinonimo di persona poco nota - in ragione della celebre citazione contenuta ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Nell'incipit dell'VIII capitolo, Don Abbondio, uno dei protagonisti del famoso romanzo, è nella sua stanza che legge il testo di un panegirico in onore di San Carlo Borromeo e all'interno del quale è menzionato il filosofo. È a questo punto che rumina tra sé e sé la lapidaria battuta, destinata a diventare a suo modo famosa (e a condizionare molte biografie di personaggi considerati, appunto, dei carneadi): "Carneade. Chi era costui?".
categoria:biografie
categoria:Filosofi greci
214 AC
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120 AC
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ScetticismoPer scetticismo si può intendere:
- Lo scetticismo filosofico – la posizione filosofica fondata sull’analisi critica di quella conoscenza e di quelle percezioni che in un certo momento vengono ritenute vere, e sulla questione della possibilità di ottenere una conoscenza assolutamente vera;
- Lo scetticismo scientifico – la posizione scientifica, o pratica, fondata sulla verifica del contenuto delle affermazioni tramite il metodo scientifico.
Scetticismo filosofico
Si tratta di una linea di pensiero originaria della filosofia greca antica. Uno degli esponenti di maggior spicco è Pirrone di Elea (360-275 a.C.), che propose l’adozione di uno scetticismo 'pratico'. In seguito, all’interno della 'Nuova accademia', Arcesilao (315-241 a.C.) e Carneade (213-129 a.C.) svilupparono ulteriori prospettive teoretiche, basate sul rifiuto di una verità (e di una falsità) assolute. Carneade criticava in particolare i dogmatici, soprattutto quelli di matrice stoica, asserendo che non è possibile fondare la conoscenza in maniera irrefutabilmente certa. Sesto Empirico (200 d.C. circa), la massima autorità dello scetticismo greco, sviluppò ulteriormente la dottrina, inserendovi i risultati dell’empirismo dell’epoca.
Gli scettici greci si opponevano in particolare a quello che ritenevano essere il “dogmatismo” degli stoici, basato sulla forza della logica. Per gli scettici, l’argomentazione logica, volta a stabilire la verità di una certa affermazione, è a tal fine inutilizzabile, in quanto, in ultima istanza, ogni proposizione logica si basa sulla validità (verità) di altre proposizioni, che andrebbero a loro volta verificate, e così all’infinito. Gli scettici ritenevano dunque la logica uno strumento inadeguato ad individuare la verità. La quale, tuttavia, non si poteva dire che fosse “impossibile” da ottenere; gli scettici non proponevano, in generale, un nuovo dogmatismo (basato sull’affermazione fondamentale “la verità non esiste”, che si confuta nel momento stesso in cui viene pronunciata, né su quella più edulcorata, ma peggiore sul piano filosofico, “la verità non è raggiungibile”, che fonde due dogmi in uno, nel presupporre l’esistenza di una verità – senza tuttavia poterla in alcun modo riscontrare) ma piuttosto un atteggiamento volto a non “cristallizzare” la conoscenza acquisita (come se fosse qualcosa di proveniente direttamente ad un cielo metafisico), bensì a farne buon uso a proprio ed altrui vantaggio.
Scetticismo scientifico
Certamente in relazione, ma non identico, allo scetticismo filosofico. Esistono ad esempio scienziati che sono scettici circa l’esistenza del paranormale, ma non per questo si può dire che aderiscano allo scetticismo filosofico prima descritto.
Il termine scettico è di solito utilizzato in riferimento a una persona che assume una posizione critica in una certa situazione, spesso fondata sui principi del pensiero critico e del metodo scientifico (che sono in effetti i principi dello scetticismo scientifico), al fine di valutare la validità di una certa affermazione o di una certa pratica. Questa prospettiva pone in primo piano l’evidenza empirica, ritenendola il modo migliore per verificare la validità di un’affermazione.
Gli scettici vengono spesso, e a torto, confusi con i cinici. Quando lo scetticismo è sano (nella sua opposizione a posizioni arbitrarie e sfrenatamente soggettive) esso è comunque fondato su un certo metodo di analisi condiviso dalla cerchia degli scettici, il che è ben diverso a quell’atteggiamento costantemente distruttivo tipico del cinismo e del suo rifiuto non solo della verità ma anche della sincerità tra gli uomini. Insomma, pur non essendo incompatibili (non è escluso che uno scettico possa anche essere un cinico), le due posizioni sono sostanzialmente differenti, proprio nella rispettiva immagine del mondo che si fanno.
Alcuni, soprattutto nell’ambiente del paranormale e delle pseudoscienze, accusano lo scetticismo scientifico, a loro avviso mentalmente gretto, di inibire il progresso delle scienze. Si tratta di una differenza di prospettive incolmabile, nella misura in cui nella scienza è l’esperimento a decidere della validità o meno di una teoria. Carl Sagan, scettico ed astrofisico, ha ribattuto che "sì, la mente va tenuta ben aperta, ma non così tanto che il cervello ne cada fuori'. D’altro canto, non è possibile negare in partenza qualcosa solo perché non è stato approntato un esperimento adatto a confermarlo o a smentirlo. S questa linea, alcuni scettici accusano coloro che sostengono fermamente l’impossibilità di una certa cosa di mancanza di scetticismo (per il quale nessuna conclusione va considerata definitiva).
Alcuni, chiamata in inglese debunker (tra cui James Randi, Basava Premanand, Penn e Teller e Harry Houdini) si sono dedicati all’esame dei cosiddetti “fenomeni paranormali”, a volte verificandone l’infondatezza (al momento dell’esecuzione dell’esperimento in condizioni controllate, il soggetto “perdeva” i suoi poteri), altre volte addirittura smascherandone la falsità (in condizioni controllate, il soggetto “dotato” veniva scoperto a compiere trucchi da prestidigitatore). Ciò a dispetto dei numerosi detrattori, che li accusano di nutrire interessi personali e di essere dei “crociati” alimentati da un infantile desiderio di certezza.
Scetticismo ed inerzia
In ambito scientifico, tuttavia, il rifiuto di una nuova idea è la norma: ogni nuova idea, soprattutto se comporta (come nei celebri casi della relatività di Einstein e della meccanica quantistica di Heisenberg) un radicale cambiamento nella visione del mondo dominante, tende sempre ad incontrare la resistenza del pubblico scientifico. Ciò implica che una buona idea corre il rischio di venire scartata, soprattutto se non è facile approntare esperimenti ripetibili che ne confermino la validità. Di conseguenza, nell’arco della storia, a ben più di uno scienziato è stata assegnata la patente di ciarlatano, come nel caso di Michael Faraday, all’atto della presentazione della sua scoperta della corrente elettrica indotta da un magnete, o dei fratelli Wright, il cui primo volo fu ridicolizzato niente di meno che dalla rivista Scientific American, la quale, mettendo in dubbio addirittura che il fatto fosse realmente accaduto, parlò di volo “presunto”, basandosi su argomentazioni per le quali “un simile volo non sarebbe stato possibile” 1905.
In definitiva, come affermò il fisico Max Planck nel suo libro, "The Philosophy of Physics" del 1936, "nessuna importante scoperta scientifica riesce a penetrare gradualmente nella mentalità scientifica diffusa: accade ben di rado che Mario diventi Marco. Più semplicemente, accade quasi sempre che i sostenitori della teoria precedente, ad uno ad uno, muoiono, e che le successive generazioni crescono già nella prospettiva nuova, che perciò sembrerà loro familiare, senza alcuno sforzo".
Aforismi
Il più comune aforisma solitamente associato allo scetticismo è il seguente:
:Una affermazione straordinaria necessita di una dimostrazione altrettanto straordinaria.
Anche se meno ad effetto, il seguente aforisma riassume ottimamente il metodo dello scetticismo:
...."Un saggio scetticismo è la prima qualità di un buon critico"....
Organizzazione dedicate allo scetticismo
- Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal
- The Skeptics Society
- James Randi Educational Foundation
Bibliografia essenziale
Piero Angela, Viaggio nel mondo del paranormale, Mondadori, 2000.
Collegamenti esterni
- [http://www.skeptic-links.org/ Skeptic Links]
- [http://www.randi.org/ James Randi Educational Foundation]
- [http://www.skepdic.com Skeptic's Dictionary]
- [http://www.skepticreport.com/general/index.htm Skeptic Report]
- [http://www.csicop.org Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal]
- [http://www.skeptic.com/ Skeptics Society]
- [http://www.skeptic.de/ Skeptics in Europe]
- [http://www.skeptics.ca/ Skeptics Canada]
- [http://www.skeptics.com.au/ Australian Skeptics]
- [http://www.arp-sapc.org/ Spanish Skeptics]
- [http://www.skepticreport.com/tools/debiak.htm In Defense of the Tools of Skepticism]
- [http://www.skepticreport.com/tools/logicfallacies.htm The Logical fallacies]
- [http://www.alternativescience.com/james-randi.htm Million Dollar Challenge... A Fraud?]
Categoria:Epistemologia
CartagineCartagine (dal fenicio Kart-Hadash, Città Nuova; scritto in punico senza vocali: Qrthdst) era una città del nord Africa, situata nel lato esterno del Lago Tunisi, attraverso il centro della moderna Tunisi, capitale della Tunisia. Rimane ancor oggi una popolare attrazione turistica.
Tunisia)]]
Fondazione di Cartagine
Cartagine è stata fondata attorno al 814 AC, da coloni fenici provenienti dalla città di Tiro che portarono con loro il dio della città Melqart. Secondo la tradizione a capo dei coloni (o forse profughi politici) era Didone (conosciuta anche come Elissa). Numerosi sono i miti relativi alla fondazione che sono sopravissuti attraverso le letterature greca e latina.
I primi anni di Cartagine, posta nel Mare Mediterraneo, sono definiti da una lunga serie di rivalità fra le famiglie proprietarie terriere e le famiglie dei commercianti e marinai. In genere, a causa dell'importanza dei commerci per la città, la fazione "marittima" controllava il governo e, durante il sesto secolo AC, Cartagine cominciò ad acquisire il dominio dell'area del Mediterraneo Occidentale. Mercanti ed esploratori costruirono una vasta rete di commerci che portarono una grande prosperità e un largo potere alla città-stato. Si tramanda che già all'inizio del sesto secolo AC Annone il navigatore si sia spinto lungo la costa dell'Africa fino alla Sierra Leone; contemporaneamente sotto la guida di Malco, la città iniziò la conquista sistematica delle regioni costiere dell'Africa e del suo interno.
All'inizio del quinto secolo AC, Cartagine era il più importante centro commerciale della regione, una posizione che avrebbe mantenuto fino alla sua caduta per mano Romana. La città-stato aveva conquistato i territori delle antiche colonie fenicie (Hadrumetum, Utica, Kerkouane...) e le tribù libiche, allargando la sua dominazione su tutta la costa dell'Africa dall'odierno Marocco ai confini dell'Egitto. La sua influenza inoltre, si allargava nel Mediterraneo con il controllo della Sardegna, Malta, le Isola Baleari e la parte occidentale della Sicilia. Erano state stabilite colonie anche in Spagna. In tutto il Mediterraneo occidentale resistevano all'imperialismo commerciale cartaginese solo Marsiglia (colonia greca), le colonie greche della costa italiana e i commercianti Etruschi che a malapena mantenevano il controllo delle coste italiane del Mar Tirreno.
Commercio cartaginese
Mar Tirreno
Mar Tirreno
L'impero commerciale cartaginese, alle origini, dipendeva strettamente dalle relazioni economiche con Tartessos e altre città della Penisola Iberica. Da qui Cartagine otteneva grandi quantità di argento e, cosa molto più importante, di stagno, determinante per la fabbricazione di oggetti di bronzo in tutte le civiltà antiche.
Cartagine seguiva le rotte commerciali della città-madre, Tiro. Alla caduta di Tartessos le navi cartaginesi risalirono direttamente alla sorgente primaria dello stagno nella regione nord occidentale della Penisola Iberica e in seguito fino alla Cornovaglia. Altre navi cartaginesi si inoltrarono nella costa atlantica dell'Africa tornando con l'oro fino dall'odierno Senegal.
Se la poesia epica greca e gli storici contemporanei a Roma imperiale ricordano l'opposizione militare di Cartagine alle forze delle città-stato greche e della Repubblica Romana, è vero che il teatro greco e le sue commedie ci hanno tramandato l'immagine del commerciante cartaginese, con le sue vesti, anfore e gioielli. Generalmente veniva dipinto come un tipo divertente, una venditore relativamente pacifico e colorato, attento a trarre profitto scucendo al nobile e innocente Greco ogni suo singolo centesimo. Evidente simbolo di ogni tipo di scambio, dalle grandi quantità di stagno necessarie a una civiltà basata sul bronzo a tutti i manufatti tessili, di ceramica e di oreficeria. Prima e durante le guerre si vedevano mercanti cartaginesi attraccare in ogni porto del Mediterraneo, comprando e vendendo, stabilendo magazzini dove potevano, oppure dandosi al commercio spicciolo nel mercatini all'aperto appena scesi dalle loro navi. O anche entrambe le cose.
La lingua etrusca non è ancora stata del tutto decifrata ma scavi archeologici nelle loro città mostrano che gli Etruschi furono per parecchi secoli clienti e fornitori di Cartagine, molto prima della espansione di Roma. Le città-stato etrusche furono partner commerciali di Cartagine oltre che, a volte, alleate in operazioni militari.
Governo cartaginese
Il governo di Cartagine era un'oligarchia, non diversa da quella di Roma repubblicana. Però ne conosciamo pochi dettagli. I Capi dello Stato erano chiamati "sufeti" che poteva essere il titolo del governatore della città-madre Tiro. "Sufeti" letteralmente si traduce con "giudici" - e come non pensare ai "Giudici" della Bibbia ebraica? E Israele non era lontana da Tiro! Gli scrittori romani invece, utilizzavano il termine "reges" (Re); ma non dimentichiamo il forte senso spregiativo che la parola "re" aveva per i romani, accesi repubblicani.
Più tardi uno o due sufeti, che si suppone esercitassero il potere giudiziario ed esecutivo ma non quello militare, cominciarono ad essere annualmente eletti fra le famiglie più potenti e influenti. Queste famiglie aristocratiche erano rappresentate in un consiglio supremo, comparabile al Senato di Roma, che aveva un ampio spettro di poteri. Non si sa, però, se i sufeti venissero eletti dal consiglio o direttamente dal popolo in assemblea. Anche se il popolo poteva avere qualche influenza sulla legislazione, gli elementi democratici erano piuttosto deboli a Cartagine e l'amministrazione della città era sotto il fermo controllo degli oligarchi.
Religione cartaginese
La Cartagine fenicia era nota fra i suoi vicini per i sacrifici dei bambini. Plutarco (46 - 120) parla di questa pratica, come fanno Tertulliano, Paolo Orosio e Diodoro Siculo. Per contro Tito Livio e Polibio non ne parlano. Scavi archeologici moderni tendono a confermare la versione di Plutarco. In un solo cimitero per bambini chiamato "Tophet" ("area sacra") è stata deposta fra il 400 AC e il 200 AC
una quantità - stimata - di 20.000 urne. Queste urne contenevano le ossa calcinate di neonati e in qualche caso di feti o di bimbi attorno ai due anni. Questo indica che se i bambini erano piccoli, quelli più giovani venivano sacrificati dai genitori. D'altra parte è stato anche ipotizzato che quelle trovate fossero semplicemente le ossa cremate di bambini morti naturalmente. Però alla luce di altri ritrovamenti Canaaniti, questa spiegazione sembra meno credibile. I pochi testi cartaginesi che ci sono rimasti non fanno mai menzione a sacrifici di bambini. Il dibattito fra gli storici e gli archeologi rimane aperto.
Cartagine venerava molti dei. La suprema coppia divina era formata da Tanit e Ba-al-Hammon. Diversamente dalla maggioranza della popolazione i preti si radevano il viso. Nei primi secoli i rituali della città includevano danze ritmiche tratte dalla tradizione fenicia e sembra che la dea Astarte fosse molto popolare. Nel periodo di massimo splendore Cartagine ospitava un grande numero di divinità provenienti dalle civiltà greca, egizia ed etrusca.
Prima guerra siciliana
Il successo di Cartagine portò alla creazione di una potente flotta atta a scoraggiare sia i pirati che le nazioni rivali. La flotta, accoppiata al successo e alla crescente egemonia portò Cartagine in un sempre crescente conflitto con la Grecia, l'altro maggior concorrente per il controllo del Mediterraneo Centrale.
L'isola di Sicilia, posta alle porte di Cartagine, divenne il teatro dove sarebbe scoppiato questo conflitto. Fin dai primi giorni sia Greci che Fenici furono attratti dalla grande isola, lungo le coste della quale stabilirono un grande numero di colonie e stazioni di posta. Nel corso dei secoli furono combattute piccole battaglie fra questi insediamenti ma nel 480 AC la Sicilia divenne il terreno principale per la prima grande campagna militare cartaginese.
Gerone, tiranno di Siracusa, in parte aiutato e supportato dai Greci, tentava di unire l'isola sotto il suo governo. Questo imminente pericolo non poteva venire ignorato da Cartagine che, forse come parte di un'alleanza con la Persia al momento in guerra con la Grecia, mise in campo il più grande esercito che avesse mai formato, al comando del generale Amilcare. Anche se le cifre tradizionali indicano un numero di 300.000 uomini, quasi sicuramente esagerato, certo Cartagine mostrò una forza formidabile.
Nella navigazione verso la Sicilia, comunque, Amilcare soffrì di predite (probabilmente severe perdite) a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Sbarcato a Panormum (oggi Palermo), Amilcare fu pesantemente sconfitto nella battaglia di Himera dove trovò la morte o per le ferite o per suicidio suggerito dalla vergogna. Cartagine fu severamente indebolita dalla sconfitta e il vecchio governo, allora nelle mani della nobiltà, fu sostituito dalla Repubblica Cartaginese.
Seconda guerra siciliana
Nel 410 AC, nondimeno, Cartagine aveva recuperato la sua potenza sotto una serie di governanti di successo. La città aveva conquistato la maggior parte della moderna Tunisia, aveva rafforzato alcune colonie e ne aveva fondato di nuove nel Nordafrica. Erano stati sponsorizzati i viaggi di Magone Barca attraverso il deserto del Sahara e di Annone il navigatore lungo le coste atlantiche dell'Africa. D'altra parte, in quell'anno si verificò la secessione delle colonie iberiche e questo diminuì drasticamente la fornitura di argento e rame. Annibale Magone il nipote di Amilcare cominciò la preparazione per reclamare il possesso della Sicilia mentre altre spedizioni furono inviate verso il Marocco e il Senegal e perfino nell'Atlantico.
Nel 409 AC Annibale Magone guidò la nuova spedizione in Sicilia riuscendo a conquistare le piccole città di Selinunte (antica Selinus) e Himera prima di rientrare trionfalmente a Cartagine con le loro spoglie. Siracusa, la principale nemica, rimase però intoccata e nel 405 AC Annibale Magone guidò una seconda spedizione per conquistare l'intera isola. Questa spedizione incontrò una feroce resistenza armata e fu colpita dalla pestilenza. Durante l'assedio di Agrigento, Annibale Magone morì per la peste che decimò le forze cartaginesi.
Il successore di Annibale Magone, Imilco riuscì a riportare la campagna su migliori binari rompendo l'assedio dei Greci, conquistando Gela e sconfiggendo ripetutamente le forze di Dionisio il nuovo Tiranno di Siracusa. Ciononostante, con l'esercito indebolito dalla peste, fu costretto a chiedere la pace prima di ritornare a Cartagine.
Nel 398 AC Dionisio, riacquistata la sua potenza, ruppe il trattato di pace colpendo la fortezza cartaginese di Motya. Imlico rispose con decisione guidando una spedizione che non solo riprese Motya ma conquistò Messina e, infine, pose l'assedio a Siracusa stessa. L'assedio terminò con successo nel 397 AC ma l'anno successivo la peste colpì ancora l'esercito di Imlico che collassò.
D'altra parte, la conquista della Sicilia era diventata un'ossessione per Cartagine. Nel corso dei successivi 60 anni Greci e Cartaginesi si scontrarono in un'incessante serie di scaramucce. Nel 340 AC Cartagine era attestata nell'intero sudovest della Sicilia e una fragile pace regnava sull'isola.
Terza guerra siciliana
Nel 315 AC Agatocle tiranno di Siracusa, assediò Messene (Oggi Messina. Nel 311 AC invase gli ultimi possedimenti cartaginesi in Sicilia rompendo i correnti accordi di pace e mise Akragas sotto assedio.
Amilcare, nipote di Annone il Navigatore, guidò la risposta cartaginese riscuotendo un enorme successo. Nel 310 AC controllava pressoché l'intera Sicilia e pose ancora sotto assedio Siracusa. Con una mossa disperata Agatocle, nel tentativo di salvare il suo potere, guidò una contro-spedizione di 14.000 uomini contro la stessa Cartagine. Fu un successo. Per fronteggiare questo inaspettato attacco Cartagine dovette richiamare Amilcare e la maggior parte del suo esercito di stanza in Sicilia. La guerra terminò con la sconfitta di Agatocle nel 307 AC. Le forze siracusane dovettero ritornare in Sicilia permettendo però ad Agatocle di negoziare una pace che manteneva a Siracusa il controllo del potere greco in Sicilia.
Pirro re dell'Epiro
Fra il 280 AC e il 275 AC, Pirro dell'Epiro mosse due grandi campagne nel tentativo di proteggere ed estendere l'influenza greca nel Mediterraneo Occidentale. Una guerra venne scatenata contro Roma con il proposito di difendere le colonie greche nel Sud Italia. La seconda campagna venne mossa contro Cartagine nell'ennesimo tentativo di riportare la Sicilia interamente sotto controllo greco.
Pirro fu sconfitto sia in Italia che in Sicilia. Ma dove per Cartagine questo significò il mero ritorno allo status quo, Roma con questa guerra conquistò Taranto e mise una robusta ipoteca sull'intera Italia. Il risultato finale mostrò quindi un nuovo bilanciamento del potere nel Mediterraneo Occidentale: La Grecia vide ridotto il suo controllo sulla Sicilia mentre Roma crebbe come potenza e le ambizioni territoriali la portarono per la prima volta direttamente allo scontro frontale con Cartagine.
La crisi messinese
Una nutrita compagnia di mercenari era stata assunta al servizio di Agatocle. Alla morte del Tiranno nel 288 AC, questi si trovarono improvvisamente senza lavoro. Anziché lasciare la Sicilia si posero all'assedio di Messina, conquistandola. Con il nome di "Mamertini" (figli di Marte), si posero al comando della città terrorizzando i territori circostanti.
Dopo anni di scaramucce, nel 265 AC Gerone II, nuovo Tiranno di Siracusa, entrò in azione. Trovandosi di fronte a forze preponderanti i Mamertini si divisero in due fazioni. Una pensava di arrendersi ai cartaginesi, la seconda preferiva chiedere aiuto a Roma. Così due ambasciate furono inviate alle due città.
Mentre il Senato di Roma dibatteva sul comportamento da tenere, i cartaginesi decisero rapidamente di inviare una guarnigione a Messina. La guarnigione fu ammessa in città e una flotta cartaginese entrò nel porto di Messina. Poco dopo, però i cartaginesi cominciarono a negoziare con Gerone mettendo in allarme i Mamertini che inviarono un'altra ambasciata a Roma chiedendo l'espulsione dei cartaginesi da Messina.
L'arrivo dei cartaginesi aveva posto notevoli forze militari proprio attraverso lo Stretto di Messina. Per di più la flotta cartaginese deteneva l'effettivo controllo dello Stretto stesso. Era chiaro ed evidente il pericolo per i vicini di Roma e per i suoi interessi.
Come risultato il Senato di Roma, anche se riluttante ad aiutare una banda di mercenari, inviò una spedizione per restituire il controllo di Messina ai Mamertini.
Le due maggiori potenze del Mediterraneo Occidentale si fronteggiavano. Era l'inizio delle Guerre Puniche.
Le guerre puniche
Gerone II
L'attacco romano alla forze cartaginesi di Messina scatenò le Guerre puniche. Durati complessivamente circa un secolo, questi tre grandi conflitti fra Roma e Cartagine avrebbero determinato per secoli - e ancora oggi in parte determinano - il destino della civiltà occidentale.
- Prima guerra punica (dal 264 AC al 241 AC)
- Seconda guerra punica (dal 218 AC al 202 AC)
- Terza guerra punica (dal 149 AC al 146 AC)
Con le Guerre Puniche Roma annientò Cartagine. La fine della Terza Guerra Punica segnò la fine della potenza cartaginese e la completa distruzione della città-stato da parte di Publio Cornelio Scipione Emiliano. I soldati romani andarono casa per casa uccidendo i cartaginesi e rendendo schiavi i sopravissuti. Il porto di Cartagine fu bruciato e la città rasa al suolo.
Cartagine non sarebbe mai più stata rivale di Roma.
L'ultima Cartagine antica
Il sito era però troppo ben scelto perché rimanesse disabitato e una nuova città nacque e crebbe diventando la seconda città nella parte occidentale dell'Impero Romano e la città principale della Provincia romana "Africa". Alla fine del secondo secolo DC Cartagine era il centro dell'Africa Romana e Tertulliano retoricamente si rivolge al governatore romano puntualizzando che come i cristiani di Cartagine ieri erano pochi e ora "hanno riempito ogni spazio fra di voi - città, isole, fortezze, villaggi, mercati, campi, tribù, compagnie, palazzi, senato, foro: non abbiamo lasciato niente per voi tranne i templi dei vostri dei" (Apologeticus, scritto a Cartagine circa 197)
Non ha importanza che Tertulliano ometta qualsiasi menzione alla regione circostante, alla rete di villaggi, alle società delle proprietà terriere.
alcuni anni dopo, al poco documentato Concilio di Cartagine parteciparono non meno di settanta Vescovi. Poco dopo Tertulliano si distaccò dalla corrente principale rappresentata dal sempre crescente potere del Vescovo di Roma; ma un più serio pericolo per i cristiani fu la controversia Donatista che interessò S. Agostino di Ippona mentre terminava la sua educazione a Cartagine, prima di spostarsi a Roma.
La ricaduta politica della profonda disaffezione dei cristiani d'Africa fu un fattore cruciale per la facilità con cui Cartagine e le città vicine furono conquistate, nel 439, da Genserico re dei Vandali che sconfisse il generale bizantino Bonifacio facendo di Cartagine la sua capitale. Genserico era considerato anch'egli un eretico, un Ariano e gli Ariani disprezzavano i Cristiani Cattolici. Una semplice maggiore tolleranza, forse avrebbe cambiato le cose.
Dopo un fallito tentativo di riconquistare la città nel quinto secolo, i bizantini riuscirono infine a entrare in Cartagine nel sesto secolo. Con il pretesto della deposizione del nipote di Genserico da parte di un lontano cugino Gelimero, i bizantini inviarono un esercito a conquistare il regno dei Vandali. Il 15 Ottobre 533, domenica, il generale bizantino Belisario, accompagnato dalla moglie Antonia, fece il suo formale ingresso a Cartagine risparmiandole saccheggio e massacro.
Durante il regno dell'imperatore bizantino Maurizio I Cartagine divenne un Esarcato, come Ravenna in Italia. Questi due Esarcati furono il bastione occidentale dell'Impero Romano d'Oriente, tutto ciò che rimaneva del suo potere all'Ovest. All'inizio del settimo secolo fu l'Esarca di Cartagine, Eraclio, di origini Armene a spodestare l'imperatore Foca.
L'Esarcato bizantino non fu in grado, però, di reggere la pressione dei conquistatori arabi del settimo secolo. Il primo attacco arabo all'Esarcato di Cartagine ebbe inizio - ma senza un grande successo - in Egitto nel 647. La campagna finale contro Cartagine si ebbe dal 670 al 683.
Nel 698 l'Esarcato d'Africa fu definitivamente sconfitto dalle nascenti forze dell'Islam.
Bibliografia
- Hannibal's Campaigns, by Tony Bath. New York, NY: Barnes & Noble Books, 1981.
- Late Carthaginian Child Sacrifice and Sacrificial Monuments in their Mediterranean Context, by Shelby Brown. Sheffield: Sheffield Academic Press, 1991.
- La vie quotidienne à Carthage au temps d'Hannibal. Gilbert et Colette Charles-Picard. Paris: Hachette, 1958
- La légende de Carthage. Azedine Beschaouch. Paris: Gallimard, 1993.
- Carthage: Uncovering the Mysteries and Splendors of Ancient Tunisia'. David Soren, Aicha Ben Abed Ben Kader, Heidi Slim. New York: Simon and Schuster, 1990
Voci correlate
- Lista dei Re di Cartagine (in inglese)
- Annibale
- Cartagine - la rivolta dei mercenari
- Patriarcato di Cartagine
Categoria:Tunisia
ja:カルタゴ
ko:카르타고
155 AC
Eventi
- Col comando di Punico (forse un generale cartaginese) prima e di Cesaro poi, le genti di Lusitania raggiungono Gibilterra. Qui vengono sconfitte dal pretore Lucio Mummio.
- La filosofia greca viene introdotta a Roma.
- Menandro d'India (Re Indo-Greco) sale al potere.
- Priene diventa una dipendenza di Roma
Nati
- Gaio Mario, generale romano
Morti
-
046
I promessi sposiI promessi sposi è il titolo di un romanzo di Alessandro Manzoni. La prima edizione è del 1827, quella definitiva del 1842.
Genesi dell'opera
# 1821 – 1823: prima stesura, in quattro parti, di Fermo e Lucia
# 1824 – 1827: seconda stesura e pubblicazione dei Promessi Sposi in tre volumi ("ventisettana")
# 1827 – 1842: revisione della seconda stesura e pubblicazione a dispense (edizione Guglielmini e Redaelli 1840 – 1842). Il romanzo compare nella stesura definitiva.
L'apocrifo
Nell'introduzione ai Promessi Sposi, Manzoni, con l'ausilio di un falso testo seicentesco, ricrea l'immagine di una società artificiosa, tronfia, ampollosa, amante più dell'apparenza che della sostanza, tendenza questa che permeò le usanze e la morale di tutto quel secolo. Affiora dalle parole del Manzoni l'affresco di una società nella quale l'esuberante, declamatorio, ridondante, fastoso, bizzarro, assurdo, barocco spagnolo diventa regola di vita in omaggio ai signori dominanti.
Dall'apocrifo del '600 traspare l'ossequio incondizionato al sovrano spagnolo, ai suoi viceré, governatori, magistrati, nonché un falso stupore per il malcostume e la delinquenza ovunque dilaganti. Manzoni accenna poi agli accurati studi che egli condusse per ritrarre con fedeltà le condizioni morali, sociali, economiche e politiche della Lombardia del 1600.
Condizioni veramente straordinarie: un governo massimamente arbitrario, congiunto ad un'anarchia generalizzata, un'assurda legislazione, un'ignoranza e superstizione diffuse e pressoché totali, una delinquenza avallata dal malgoverno.
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L'Historia del cavalier perduto
Nella Biblioteca Nazionale di Torino, esiste un volume, edito a Venezia nel 1664, intitolato Historia del cavalier Perduto di Pace Pasini di Vicenza (Luciana, amata da Druso, è rapita da Strappacuori ed affidata ad una donna chiamata Agnese. Strappacuori abita in un sinistro castello difeso dai bravi: Luciana fugge mentre scoppia la peste). Manzoni potrebbe aver conosciuto tale scritto.
Le influenze
Quando il Manzoni si accinse alla stesura dei Promessi Sposi, il romanzo in Europa oscillava tra le esperienze classiche e quelle romantiche ed i romanzi storici si accentravano sulla vita di grandi personaggi (es. D'Azeglio scrisse Ettore Fieramosca).
Walter Scott
Dall'Inghilterra giungevano i romanzi storici dello Scott, il quale ebbe più che altro il gusto del pittoresco che cercava di preferenza nel passato. Scott mancò di profondità di pensiero anche se eccelse nel dipingere le emozioni della gente più semplice.
Ivanhoe e I Promessi sposi:differenze
Il suo romanzo Ivanhoe, l'unico sicuramente letto dal Manzoni, ebbe vasta risonanza negli ambienti romantici europei e diffuse il gusto del romanzo storico.
Lo Scott si limitò però ad usare uno sfondo storicamente determinato per le vicende dei suoi romanzi, senza altro fine se non quello di creare un ambiente plausibile e pittoresco nel quale inserire i suoi personaggi. Quando il Manzoni si apprestò alla stesura del suo romanzo, conosceva l'opera dello Scott, ma tra i due scrittori v'è un'abissale diversità non solo di intenti, ma anche dì impostazione. Infatti, mentre l'opera dello scozzese fu intesa soltanto a divertire, il lombardo fece dei Promessi Sposi un romanzo a tesi storica, sociale, religiosa, morale, in una parola un romanzo didascalico.
Nei Promessi Sposi il Manzoni usò un senso della verità ed una fedeltà storica, nonché un approfondimento psicologico del tutto sconosciuti allo Scott. Il lombardo infatti analizza le condizioni sociali in un'epoca dì governo arbitrario, di anarchia feudale e popolare, con una legislazione stravolta dalle prevaricazioni, un'epoca dì ignoranza profonda, pregiudizi e superstizioni, di carestie e pestilenze. Cogliendo le linee essenziali dell'epoca e svolgendole, il Manzoni realizzò la fusione del "vero" storico con il vero ideale, etico, cristiano.
Nei Promessi Sposi la situazione di un'epoca
Nell'opera l'intreccio degli avvenimenti appare naturale, poiché l'autore osservò nella vita reale le reazioni ed il modo di agire e di pensare degli uomini in relazione ai tempi, ai luoghi, alla condizione sociale. Manzoni fu indotto dal suo proposito di fedeltà alla cronaca storica a frammettere nel racconto relazioni e disamine di fatti reali a volte superflue, ma non bisogna dimenticare che la verità storica del romanzo è in realtà il carattere lo spirito e la situazione sociale di un'epoca.
Il romanzo con la rappresentazione delle prepotenze paesane e spagnolesche ispira al lettore un'avversione profonda per ogni prevaricazione, in particolare per la dominazione straniera e, di conseguenza, per quella Austriaca del tempo, nonché una viva pietà per gli oppressi di ogni condizione sociale ed un vivo interesse per l'uguaglianza civile. Nonostante ciò, il discorso strettamente politico appare più suggerito che evidente, volendo dichiaratamente il Manzoni illustrare i valori comuni di ogni epoca. Inoltre la dominazione austriaca in Italia aveva tratti di modernità, soprattutto dopo la stagione illuministica, che la rendevano molto diversa da quella spagnola, inefficiente e arretrata.
L'ideale etico e religioso
L'ideale etico e religioso comune a quasi tutte le opere del Manzoni, nei Promessi Sposi permea la vicenda non con le declamazioni dottrinali (Inni sacri (Manzoni)) né con l'aperta polemica (discorso sulla morale cattolica), bensì con il rappresentare gente, fatti, azioni quotidiane e viene costantemente riflesso nei sentimenti umanitari e democratici della societa moderna.
La rappresentazione dei personaggi
Manzoni volle che i personaggi immaginati fossero verosimili e tali da rappresentare la realtà del secolo ed anche che i personaggi realmente esistiti fossero resi con la massima fedeltà.
L'intento fu quindi di rappresentare i costumi del '600, ma con una ampiezza di vedute ed un approfondimento psicologico tale da poter essere riferiti ad ogni tempo, con l'ideale di dare un esempio di morale cristiana.
Il primo romanzo moderno
I Promessi Sposi costituiscono il primo romanzo moderno della letteratura italiana, la quale, fino a quel momento, aveva prodotto opere oratorie, magniloquenti come Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo e, comunque, assai lontane dalla realtà.
Nei secoli precedenti era stato popolare solo il romanzo narrativo in ottave. Il Manzoni, avvicinandosi di proposito alla realtà umana produsse un'opera che tutti, anche i non letterati, potessero capire ed apprezzare.
Il romanzo storico
Come già si è detto, il romanzo storico era un genere caro ai romantici europei poiché in esso la fantasia poteva, più che nel dramma, colorirsi dì episodi impressionanti. Il Manzoni giudicò inconciliabili la figura dello storico e quella del poeta e, in effetti, nel suo romanzo egli fu essenzialmente poeta, sebbene le parti e le figure storiche siano ricostruite con quell'onestà e meticolosità che avrebbero fatto del Manzoni, vi si fosse dedicato a fondo, uno dei maggiori storici moderni.
Tutto il romanzo è imperniato sulla lotta fra il principio dì giustizia e di amore rappresentato, da Fra' Cristoforo e la prepotenza ed il vizio, rappresentati da Don Rodrigo. Tale schematismo però non si avverte a livello conscio e, quando il prepotente signorotto giace sul letto di morte, nessuno vede in lui il male vinto dal bene, bensì un uomo colpito nella sua superbia, sottomesso alla giustizia divina e vinto dalla morte.
La moralità dell'arte
Per Manzoni, l'arte deve avere un fine essenzialmente morale e la conclusione del romanzo è profondamente etica poiché mostra un principio di giustizia superiore alle contingenze, ma tutto ciò risulta senza essere detto apertamente.
Il Manzoni, ligio ai suoi concetti di moralità in arte non volle mai indulgere alla descrizione della passione amorosa, reputandola nociva per i lettori: a ciò contribuì anche il suo senso estetico facendo sì che egli accennasse e lasciasse intendere molte cose con sobrietà e rapidità di espressione, poiché la morale dello scrittore e la sua religione non furono di quelle che predicano e mortificano, bensì furono vitali e fattive e tali da esaltare la vita ben vissuta; non v'è mai un atteggiamento bacchettone od arcigno e tutto è contemplato con interesse superiore; i mali degli uomini sono rappresentati con indulgenza e le pene trattate con pietosa rassegnazione.
Gli stessi personaggi hanno la consistenza della vita veramente vissuta, ma si muovono anche in funzione dì quel principio superiore in virtù del quale attraverso Lucia, incapace di operare altro che il bene, inconsapevolmente innocente, umile figura, si prepara la crisi del personaggio più complesso: l'Innominato.
Tra finzione e verità storica
La vicenda è immaginaria e la maggior parte dei personaggi è inventata, anche se, probabilmente Gertrude corrisponde a Virginia de Leyva, l'Innominato al temuto Bernardino Visconti, Egidio al famigerato Giampaolo Osio ed in Fra' Cristoforo è forse adombrata la figura di Alfonso III d'Este convertitosi alla Chiesa dopo una vita dissipata, mentre il Cardinale Borromeo e il Ferrer sono personaggi scrupolosamente storici.
Le espressioni dell'arte narrativa
Nel romanzo, che il Manzoni pubblicò tra il 1840 ed il 1842, con poche modifiche sostanziali, ma con notevoli correzioni linguistiche e di stile, secondo il gusto della lingua fiorentina, sono contenute tutte le espressioni dell'arte narrativa: dialogo e narrazione, soliloqui, scene familiari e di massa; vi sono l'analisi psicologica e la sintesi storica ed anche i toni sono i più disparati, passando dal discorsivo al drammatico, dal quotidiano al sublime, dal bonario all'ispirato e all'umoristico.
Gli eventi
Tutta l'esperienza umana v'è contenuta e non esiste figura, per quanto marginale, che non rientri nell'economia del romanzo; nella morale del libro non v'è nulla di ascetico o mortificante, bensì tutto è calore, ed il bene, il bello, la fede nella provvidenza, la bontà non sono tesi polemiche. Il romanzo si presenta distinto, non tanto per volontà dell'autore quanto in base agli eventi, in tre parti:
- Prima parte ( cap. I - XII ) - impostazione dell'argomento, impedimento del matrimonio, tentativo di matrimonio segreto, fuga (addio ai monti), Renzo a Milano, carestia. In questa prima parte è rilevante lo studio dei caratteri.
- Seconda parte (cap. XIII - XXIV) - Renzo coinvolto nei tafferugli di Milano, presentazione Innominato, colloquio Innominato-Borromeo, dramma dell'Innominato (notte dei rimorsi, colloquio con Lucia]], colloquio con il Cardinale).
- Terza parte (cap. XXV - XXXVIII) - Catarsi: bene e male trovano la loro giusta conseguenza e una forza superiore riporta l'ordine, invasione Lanzichenecchi, esodo dalle campagne, peste, scioglimento del romanzo, la Provvidenza dà il giusto compimento agli eventi: Padre Cristoforo scioglie il voto di Lucia, l'Innominato volge in bene il male fatto, Don Rodrigo muore, Renzo e Lucia si sposano.
Lo studio dei personaggi
Le parti più efficaci del romanzo sono certamente quelle dedicate allo studio dei personaggi; le descrizioni sono poche e sempre compenetrate dalla coscienza del personaggio [la campagna serena ed ubertosa per la quale passeggia Don Abbondio, poi brulla per Padre Cristoforo, quasi presagio della prossima carestia, la mestizia dei fuggiaschi ripresa dal lago malinconico sotto la luna, l'Adda che canta una preghiera di ringraziamento nel cuore di Renzo dopo il cammino tra le ombre spettrali del bosco, la vallata risonante dello squillo delle campane si spiega sotto gli occhi dell'Innominato dopo la notte insonne, la pioggia (storica) purificatrice che spazza via la peste e lava corpi, anime, pensieri.
I dialoghi
Non si tratta più, quindi, di mere descrizioni, bensì di sinfonie della natura ed insieme di notazioni psicologiche. I dialoghi sono animatissimi e a ciascun personaggio sono attribuite le parole e le espressioni che gli convengono per età, per condizione, cultura, stato d'animo, educazione; la società tutta brulica in queste pagine, fissata in una sintesi mirabile dei suoi componenti: l'eccelso e il misero, il prepotente ed il vile, il rassegnato, il disperato, l'ordinamento politico la collettività delle strade, l'umore vario e spesso imprevedibile del popolo, la volubilità, la gioia, i timori, le suggestioni, i drammi della folla.
La credibilità storica dei personaggi
Questo romanzo si può a ragione definire storico: non tanto per le figure realmente esistite e fedelissime che contiene, ma assai di più per la credibilità storica dei personaggi, i quali, pur non essendo esistiti, incarnano tipi e classi sociali di un secolo o, addirittura si elevano a sintesi umane di tutti i tempi.
Si è rimproverato il Manzoni di aver infuso poca passione nei suoi personaggi, ma all'economia del romanzo l'amore non è necessario e nel libro non v'è nulla di superfluo. Il senso della verecondia ha fatto sì che il Manzoni tenesse l'amore al di fuori delle sue pagine, ma il sentimento religioso ed etico non hanno impedito allo scrittore di descrivere i mali della società, anche di quella religiosa: la viltà di Don Abbondio e la condotta di Gertrude rivelano la spregiudicatezza del Manzoni ed il suo senso morale ben al di là di qualsiasi bacchettoneria.
Il carattere di Gertrude delineato con acutezza psicologica degna di un autore modernissimo, esprime il male più profondo e corruttore che possa divorare la natura umana, ma la verecondia dello scrittore lo rende con estrema parsimonia di parole. Lo stile è sempre perfetto, mai teso a dimostrare abilità stilistica ed originalità a tutti i costi, bensì volto a chiarire e a rappresentare compiutamente il soggetto.
La Divina Provvidenza
Manzoni vede sopra la società la Divina Provvidenza che guida le azioni degli uomini e prepara il destino di ciascuno: fili invisibili legano ogni personaggio alla volontà divina: gli uomini si credono liberi, padroni di sé e delle Proprie azioni, invece fanno ciò che Dio ha previsto per loro e quando derogano da tale condotta ecco il male (San Tommaso).
Opera lirica
Versioni operistiche:
- I promessi sposi di Amilcare Ponchielli (1856 - seconda versione 1872)
- I promessi sposi di Errico Petrella (1869)
Cinema
Versioni cinematografiche:
- I promessi sposi (1909)
- I promessi sposi (1913)
- I promessi sposi (1923)
- I promessi sposi (1941)
- I promessi sposi (1964)
Collegamenti interni
- Alessandro Manzoni
- Alessandro Manzoni (poetica)
- Adelchi
- Inni sacri (Manzoni)
Collegamenti esterni
Promessi sposi
IncipitLa voce verbale latina incipit (da incipěre, incominciare) è la parola iniziale della formula latina che introduce - talvolta anche con il nome dell'autore - il titolo di un'opera; in filologia e bibliografia con l'incipit si fa riferimento alle prime parole con cui inizia realmente un testo.
Se nella terminologia canonica, la voce incipit definisce propriamente la parola o la frase iniziale di un qualsiasi componimento, l'uso che viene fatto nell'attuale critica letteraria moderna è più esteso.
Non solo dunque la prima parola o la prima frase ma l'intera tranche d'avvio che può essere di lunghezza diversa.
L'incipit
L'incipit è, come dice Traversetti, "l'esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri" e questo "avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe".
Nel leggere infatti la prima pagina noi non veniamo a conoscenza, ovviamente, di tutto il romanzo, ma ci creiamo dei percorsi mentali lungo i quali orienteremo la nostra lettura.
Sia la retorica classica che la moderna teoria della letteratura sanno che se uno scrittore vuole essere accolto deve sapere influenzare a proprio vantaggio la disposizione del pubblico e che il pubblico, per poter accogliere lo scrittore e quindi quanto scrive, ha bisogno di riscontrare una vasta comunanza di topoi emozionali ed ideologici.
Baudelaire diceva che tra il romanziere e i suoi lettori ci deve essere complicità e che questa complicità doveva essere subito attivata prima ancora che iniziasse la vera lettura.
La retorica classica
La retorica classica affidava proprio allexordium o proemium, quindi all'inizio del discorso, le regole argomentative. Lexordium doveva infatti "dirigere l'attenzione, la favorevole disposizione e la benevolenza del giudice alla causa di parte presentata nel discorso: cosa particolarmente difficile quando si danno gradi di debole credibilità" (H. Lausberg, in Elementi di retorica, Bologna, Il mulino, 1969, p. 31).
Questa tecnica, che prevedeva la captatio benevolentiae, è stata ripresa anche nel romanzo moderno.
Il titolo e l'incipit
Già con il titolo il romanzo innesca un processo comunicativo che, pur essendo esterno al testo, spesso lascia trasparire molte allusioni essendo esso solitamente composto da un breve motto riassuntivo.
Il titolo rimane comunque sempre un elemento esterno al testo vero e proprio mentre l'incipit ne è parte fondamentale e non appare solo come un segnale di riconoscimento generico di identificazione dell'opera, ma stabilisce subito nel lettore un meccanismo di complesse attese.
Dove termina l'incipit
Ogni inizio, indipendentemente dalle sue modalità, ha qualcosa di simbolico ed è un atto di creazione che serve a definire la lettura tematica, come ancora oggi fanno le encicliche papali che affidano a un breve incipit di poche parole il doppio compito di documentare e di delineare la lettura del testo.
Quello però che noi oggi chiamiamo incipit è in letteratura qualcosa di molto diverso e più complesso e la prima questione che nasce è quella della sua lunghezza.
Se infatti sappiamo che l'incipit ha inizio dalla prima parola, dobbiamo definire dove esso termina.
L'incipit termina dove il racconto, ormai certo della sua convenzione, si affida unicamente a se stesso e ciò può avvenire dopo una sola riga, al termine di una lunga argomentazione introduttiva, dopo uno stacco concettuale ben definito oppure lungo un percorso, breve o lungo, che esaurisce l'introduzione addentrandosi già nella trama o nel profilo del protagonista.
In medias res
L'incipit in medias res, pur essendo spesso ambiguo e conduttore di informazioni indirette supplementari, è senza dubbio quello la cui modalità si avvicina maggiormente all'ipotetico grado zero ipotizzato da Barthes ed è il più diffuso a tutti i livelli e in tutte le epoche storiche del mondo narrativo.
Nel romanzo
"L'importanza degli incipit"
Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo (...) il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita (...). Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare"
Italo Calvino - "Appendice" alle "Lezioni americane", in Saggi, Mondadori, v. 1, pp. sgg.
Nel suo saggio Il grado zero della scrittura Roland Barthes si chiedeva se era possibile un grado zero, cioè un grado di completa innocenza della scrittura priva di ogni segno, una scrittura neutra come quella bianca di Camus e di Blanchot o quella parlata di Queneau elaborando una famosa e problematica definizione.
Nell'incipit romanzesco può accadere.
Applicazioni pratiche di un incipit che entri subito in mezzo agli eventi del romanzo si possono trovare in molte opere e con diverse modalità.
Nell'analizzare il mondo degli incipit partendo da un possibile grado zero, soprattutto nel romanzo moderno e contemporaneo, ci si rende conto che l'incipit maggiormente utilizzato è quello che non fa riferimento al prima e al perché di un evento, ma si colloca subito in media res conducendo il lettore con prepotenza ma evitandogli anche l'elaborazione faticosa di costruire uno scenario.
Quando l'incipit viene collocato in media res sono sufficienti poche righe per trattenere e subito indirizzare il lettore nella immedesimazione e nel centro dell'azione narrata:
:"C'è l'avvocato" annunziò mamma Grazia affacciandosi all'uscio. E siccome il marchese non si voltò né rispose, la vecchia nutrice, fatti pochi passi nella stanza, esclamò: "Marchese, figlio mio, non sei contento, avremo finalmente la pioggia!" Infatti lampeggiava e tuonava da far credere che tra poco sarebbe piovuto a dirotto... e già radi goccioloni schizzavano dentro dall'aperta vetrata del terrazzino.
Questo incipit di Luigi Capuana tratto da Il marchese di Roccaverdina è un esempio specifico di ogni esordio in medias res.
Il lettore, trascinato nel cuore della narrazione, riesce in poche righe a comprendere molte informazioni (dall'ambiente sociale in cui l'azione si svolge, alla parentela di alcuni personaggi, alla patita attesa dell'evento metereologico) e a predisporsi per seguire il racconto.
La tecnica d'esordio in medias res è uno dei canoni costanti della tecnica cinematografica. Nei film infatti, escludendo quei pochi esempi in cui lo spettatore assiste ad un prologo o ad un antefatto, magari narrato fuori campo, viene sempre data una prima sequenza che sembra incurante di ogni spiegazione che non sia il grado di suspense predisposto per organizzare ma che poi, nel corso della narrazione, svela i propri motivi.
I vari modi di condurre il lettore in medias res
Un esordio narrativo in medias res, come nel film, può nascondere le proprie finalità, presentarsi subito con un hic et nunc che crea suspense o sollecitare il lettore con analogie con il proprio vissuto.
In medias res con suspence
Spesso la sequenza iniziale viene data apparentemente noncurante di ogni giustificazione se non il grado di suspense creato per organizzare quei motivi che saranno svelati nel corso della narrazione.
Certi esordi narrativi di questo tipo nascondono le proprie finalità e non presentano alcun chiarimento, che verranno forniti solamente con lo sviluppo dell'intreccio, rendendo passiva ogni risposta critica del lettore il quale è esortato a convivere fin dall'inizio con l'ambiguità e l'attesa come nel caso del Martin Eden di Jack London che nel presentare le sue righe iniziali non trasmette altro se non una vaga informazione marinaresca con una accattivante suspence senza che il lettore possa nemmeno immaginare tutto l'aggrovigliarsi di difficoltà esistenziali che termineranno nel suicidio del protagonista.:
:"Il primo aperse la porta con una chiave piatta ed entrò seguito da un giovane che si levò il berretto con fare impacciato. Il giovane indossava rozzi panni che odoravano forte di mare ed era palesemente fuori posto nell'atrio spazioso in cui si trovava. Non sapeva che farsene del berretto e se lo stava cacciando in tasca, quando l'altro glielo levò di mano. Il gesto fu calmo e naturale e il giovanotto impacciato lo apprezzò. "Capisce - pensò - mi porterà sino in fondo proprio come si deve".
In medias res con familiarità
Non sempre il lettore è sottoposto alla suspence ma può accadere che egli venga introdotto in medias res in modo più dolce con una serie di analogie con il proprio vissuto che, pur non rivelandogli la futura vicenda narrata, gli offre delle garanzie con frammenti di un comportamento abituale.
Un inizio in medias res, dunque, senza il clima dell'attesa che trova però una sua giustificazione nella convincente proposta della familiarità, indipendentemente dal materiale storico magari sconosciuto al lettore.
Nel leggere l'incipit de Il sosia di Dostoevskij il lettore non ha bisogno di ricordare il contesto storico della Russia perché egli viene, comunque, preso dal senso abitudinario del risveglio e si immedesima immediatamente:
:"Erano quasi le otto del mattino quando il consigliere titolare Jakov Petrovic Goljadkin si svegliò dopo un lungo sonno, sbadigliò, si stiracchiò e infine aprì del tutto gli occhi. Per un paio di minuti rimase però a giacere immobile nel letto come uno che non è ben sicuro se è desto o se dorme ancora, se tutto ciò che gli succede intorno è veglia e realtà o non piuttosto la continuazione delle disordinate visioni del sogno".
Il lettore in questo caso si riconosce nel protagonista e trova facile e non traumatizzante abitare nella casa di via Sestilavocnaja a Pietroburgo dalla quale, attraverso il fluire di insolite vicende, viene condotto man mano, attraverso le angosce della duplicità e le anomalie dell'identità, nel vorticoso cerchio della psicologia dostoevskijana.
Questi modi di introdurre il lettore in modo intuitivo nel centro dell'avvenimento narrato, supplisce alla voluta mancanza, da parte del romanziere, di qualsiasi causalità e temporalità determinata.
La scrittura prende l'avvio da un ex nihilo che vede esplodere il suo big - bang, solamente da una forma codificata di comportamento tacito che viene ad instaurarsi tra lo scrittore e il lettore e che permette al più debole,cioè al lettore, di convivere e inavvertitamente di subire, già all'inizio della scrittura, i carattere dei personaggi e tutti gli altri dettagli, partendo da una distanza-zero.
In medias res con gradualità e geometria
Il romanziere non sempre getta il suo lettore nel vivo dell'opera con tratto noncurante ma cerca, nell'incipit, di immetterlo nella vicenda con gradualità, spesso delineando forme geometriche.
=A spirale=
Spesso viene utilizzato un andamento descrittivo a spirale che procede dal generale al particolare, dal grande al piccolo, dall'indistinto allo specifico, fino a raggiungere quell'azione decisiva che mette in moto tutta la trama.
Esempio classico è quello de I promessi sposi del Manzoni.
Esso inizia con la descrizione di un paesaggio ampio e disteso sul quale la vista si afferma immediatamente:
:"Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto a restringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa e l'Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni".
Subito dopo l'occhio, dopo aver alzato lo sguardo sulle cime circostanti, si restringe fino a cogliere il punto dove sorge la città di Lecco e poi, rimpicciolendo ancora di più la prospettiva, individua la rete delle stradine di campagna fino al momento della messa a fuoco e dell'ingrandimento della figura di don Abbondio per concludersi con la ricerca, ancora più particolareggiata, dei sassi che egli scalcia e solo a questo punto l'incipit può dirsi concluso.
Nel caso dell'incipit del Manzoni si assiste ad una dinamica geometrica e figurativa, terminata la quale l'azione procede e il lettore entra nel romanzo per trovarsi i bravi che compaiono dicendo "questo matrimonio non s'ha da fare, né domani, né mai".
=A cerchio=
Se l'incipit a spirale riporta sempre una figura dinamica, con la figura del cerchio l'emozione che prova il lettore all'ingresso è di grande quiete.
Si può riportare come esempio l'incipit de Il compagno segreto di Joseph Conrad dove si incontra subito il narratore che occupa il centro dell'ampio cerchio che con lo sguardo va osservando:
:"Avevo a dritta due file di pali da pesca simili a un complesso misterioso di steccati di bambù semisommersi, che frazionava incomprensibilmente il regno dei pesci tropicali, e appariva cadente come se l'avesse abbandonato per sempre una tribù nomade di pescatori trasferitasi intanto all'altro capo dell'oceano; ché sin dove l'occhio giungeva non vi era traccia di abitazione umana. A sinistra un gruppo di sterili isolotti, che evocavano ruderi di muraglie, torri e casematte di pietra, era come incastrato con la base in un mare blu che anch'esso pareva solido, tanto era fermo e stabile sotto i miei piedi... E quando volsi il capo per dare uno sguardo d'addio al rimorchiatore che ci aveva appena lasciato all'ancora fuori della barra, scossi la linea retta della costa piatta, unita a quel mare stabile, lembo contro lembo, con una perfetta saldatura invisibile, in un unico piano livellato per metà marrone, per metà azzurro sotto la cupola enorme del cielo".
A rette parallele
Se dalla geometria apprendiamo che l'incontro di due rette è posto all'infinito e pertanto non si incontrano mai, dal romanziere possiamo a volte scoprire il loro luogo d'incontro che può essere posto molto prima, come alla conclusione di un romanzo o semplicemente alla fine di un incipit.
L'io narrante
Quello che crea spesso il coinvolgimento maggiore del lettore è, in questi incipit in medias res, la presenza dell'io narrante, della "soggettività" per usare un termine cinematografico, che propone lo svelarsi ora e subito ponendo se stesso al centro dell'osservazione e offrendo al lettore il suo stesso angolo visuale come nel significativo incipit di Anatole France ne Il delitto dell'accademico Silvestro Bonnard che introduce con il suo "io narrante" la persona dell'accademico con una autodescrizione che non rivela alcun aspetto della personalità e delle intenzioni dell'autore il quale, solamente più avanti, apprenderà la deformazione psicologica che lo fa diventare ladro dei suoi stessi libri:
:"Avevo calzato le pantofole e indossato la vestaglia. Asciugai una lacrima provocata dal vento che soffiava dal viale e mi oscurava la vista. Avvicinai al fuoco la poltrona e il tavolino e presi accanto alla fiamma il posto che Amilcare si degnava di lasciarmi. Amilcare, a capo degli alari, sopra un cuscino di piume, stava raggomitolato col naso tra le zampe".
La prima persona
Spesso la tecnica dell'entrare in medias res impone necessariamente l'uso della prima persona soprattutto quando l'autore vuole far comprendere che la situazione presentata non è normale e l'uso dellio si impone perché non è possibile sottacere o minimizzare l'essenziale.
Il lettore viene in questo modo catapultato nel punto drammatico dello scatenarsi delle emozioni che l'autore confessa come nell'incipit del Cuore rivelatore di Edgar Allan Poe:
:"È vero! Io sono nervoso, terribilmente nervoso, lo sono stato e lo sono, ma pazzo no! E voi pretendete che lo sia. La malattia aveva affilato i miei sensi, non li aveva distrutti, non li aveva offuscati! Acuto più di tutti era l'udito. Io udivo tutte le cose del cielo e della terra. Udivo molte cose dell'inferno. E allora come posso essere pazzo? Ascoltate attentamente! E osservate con che equilibrio, con che calma posso raccontare tutta la storia. Mi è impossibile dire come in principio mi sia entrata l'idea nel cervello; ma una volta che fu concepita, mi perseguitò giorno e notte. Motivo non c'era. Passione non c'era. Ero affezionato al vecchio, non mi aveva mai fatto un torto. Non mi aveva mai offeso. Non volevo il suo oro. Penso che sia stato il suo occhio! Sì, fu proprio questo! Lui aveva l'occhio di un avvoltoio: un occhio di un azzurro pallido coperto di un velo. Tutte le volte che si posava su di me il sangue mi si gelava nelle vene; e così lentamente - molto lentamente - decisi di togliere di mezzo il vecchio e liberarmi così per sempre dell'occhio".
In questo inizio Poe s'impone al lettore con la sua soggettività e ne coinvolge l'attenzione all'interno dell'opera.
In epoca contemporanea l'incipit di Poe diventa spesso il prototipo senza vita della maggior parte della Trivialliteratur che, come si sa da tante opere di oggi, è solamente l'indicazione informativa di un genere narrativo destinato al largo consumo di massa.
In questi casi viene utilizzata la confessione o il diario che da l'idea di una dialettica intima, di un avvio appena sussurrato che evita la descrizione e fa pensare a una semplice registrazione di eventi, una specie di grado zero che viene annunciato nelle prime righe per tradirsi però nel corso della narrazione.
NOTA: Incipit di esempio come dimostrazione della teoria sopra esposta, tratti dal Progetto Letteratura
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Voci correlate
- Esempi di incipit
Collegamenti esterni
- [http://www.incipitario.com/ incipitario.com]
Categoria:letteratura
Don Abbondio
Don Abbondio è uno dei personaggi principali de "I promessi sposi", il capolavoro di Alessandro Manzoni. Di fatto, la figura del religioso è quella che, dopo il preambolo, apre la narrazione del celebre romanzo.
È il parroco che dovrebbe unire in matrimonio Renzo e Lucia, ma, atterrito dalle minacce di Don Rodrigo, si sottrae con vari pretesti al suo dovere.
È un carattere pavido e gretto, ma verso il quale il Manzoni fa provare una sorridente indulgenza.
Abbondio
Romanzo
La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè "parlare in lingua romanza", vale a dire in lingua di derivazione latina.
I primi testi ad essere chiamati "romanzi" appartengono alla letteratura francese delle origini che ancora non si distingue del tutto da quella delle altre nazioni europee che hanno in comune la stessa eredità linguistica e cioè il latino.
Il romanzo si distingue dalla novella o racconto per la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità, cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti più elaborati, maggior numero di personaggi. Esistono comunque romanzi brevi, così come esistono racconti lunghi.
Deve essere comunque chiarito che, se in italiano, il termine romanzo si riferisce a qualunque narrazione lunga in prosa, in inglese romance sta ad indicare le forme narrative di carattere eroico-mitiche tendenti all'allegoria e in cui si presentano elementi di fantastico, mentre le narrazioni in cui la rappresentazione della vita e la cornice sociale sono realistiche vengono indicate con il termine novel.
Storia del romanzo
Sebbene la parola romanzo abbia fatto la sua comparsa in età moderna, caratteristiche ante litteram del romanzo si ritrovano in numerose opere antiche. Specialmente in età ellenistica infatti i gusti letterari tesero a narrazioni di vario genere, dall'epico al mitologico, dall'umano al fantastico, caratterizzate da una lunghezza piuttosto limitata a dispetto della tradizione omerica.
Negli anni che vanno dal Cinquecento al Seicento materia della narrazione è il verosimile e il romanzo si trova in una posizione intermedia tra storia ed epica.
A questo proposito sono d'esempio i romanzi picareschi, con la loro pluralità di scrittura e di riferimento a diversi sottogeneri, come il cavalleresco e l'avventuroso.
Il primo vero antiromance di questo periodo è da considerarsi il Don Chisciotte (1605-1615) che, grazie alla sua forma che demistifica la tradizione cavalleresca e cortese, rappresenta la prima opera letteraria classificabile come "romanzo".
Ma è solo alla fine del Seicento che l'idea di fiction prende piede nella produzione letteraria e così il romanzo comincia a prendere forma e a guadagnare uno spazio tra i generi letterari.
Fu caratteristico del Seicento il nascere e diffondersi, soprattutto in Francia, del romanzo, cioè di una letteratura narrativa di ampiezza e complessità assai maggiori della novella e destinata alla lettura, più amena e di svago che letteraria, di un largo pubblico.
Il carattere ameno fu quello stigmatizzato ferocemente dai moralisti del tempo, che lo osteggiarono per lungo tempo (un'ordinanza settecentesca della corona di Spagna, che agiva in pieno accordo con la Chiesa, proibiva la diffusione dei romanzi in tutte le colonie americane a causa della vacuità, della presunta dannosità per i costumi del nuovo genere letterario).
In realtà i primi veri romanzi sono da attribuire alla prima metà del Settecento.
Essi si volgono nella direzione dell'epistolario e delle memorie dove la forma narrativa che viene adottata in prevalenza, diventa quella che tende di più all'autenticità e alla verosimiglianza.
I primi veri romanzi sono quelli di Samuel Richardson, con Pamela o la virtù premiata, autore del primo fortunato romanzo della nuova narrativa inglese e Henry Fielding che compone nel 1749 Tom Jones in cui, oltre a raccontare le vicende di un individuo e descrivere la società del suo tempo, ragiona anche sul romanzo e sul suo eroe.
Intanto in Francia Jean-Jacques Rousseau scrive la Nuova Eloise nel 1761 e Denis Diderot, con Jacques il Fatalista mostra una nuova funzione del narratore ed è il primo a compiere una vera e propria operazione di smontaggio della narrazione.
Verso la fine del secolo si sviluppa un altro filone tematico che è quello del libertinaggio; ne sono esempi le opere di Sade e, in particolare, le Relazioni pericolose (Les liaisons dangereuses) del 1782 di Choderlos de Laclos che segna una tappa importante nella storia del romanzo settecentesco.
Così rivendicata la qualità del nuovo genere, appare in Inghilterra, un importante testo, La vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo e il romanzo, rifiutando tutti i codici correnti, viene a rappresentare una nuova fase di rottura e un punto insieme di arrivo e di partenza per tutta la storia letteraria europea.
Quello che cambia in tutta Europa agli inizi dell'Ottocento è l'intera società: l'avvento della borghesia e del nazionalismo, di spinte rinnovatrici, catalizza nel romanzo le inquietudini di un'intera epoca, con accenti diversi a seconda del Paese interessato: Franco Moretti, ne Il romanzo di formazione (Einaudi 1999) ce ne da un esempio brillante parlando del differente modo in cui prende forma la narrazione della crescita, culturale e morale prima che fisica, di un adolescente in Francia, in Germania e in Gran Bretagna. Piace ai lettori dell'epoca il tema dello sviluppo dell'individuo, già trattato nel secolo precedente da Johann Wolfgang Goethe nel Werther e poi affrontato successivamente da Stendhal, con il personaggio di Julien Sorel, protagonista del Rosso e Nero del 1830. E poi Balzac, Dickens: una società che cresce, si esprime narrando la crescita dei suoi eroi.
Gli argomenti-cardine di tutta la narrativa realistica e in special modo di quello che Roland Barthes definisce "romanzo assoluto" e cioè La commedia umana di Balzac, sono la famiglia, le vicende e i rapporti che si realizzano al suo interno e che influenzeranno tutta la letteratura sia in Francia che fuori.
Grande fortuna ha anche il genere del romanzo storico rappresentato non solo dal capolavoro di Alessandro Manzoni, ma, prima di esso, da tutta l'opera di Walter Scott che, rivolto alla "verosimiglianza" della narrazione, rappresenta il romanzo realistico del Settecento.
Nell'Italia del Settecento il romanzo ha una vita stentata, sia per ragioni storico-sociologiche, sia per ragioni teorico-estetiche che portavano a guardare con diffidenza a una forma narrativa così diversa da quella tradizionale.
Ancora nella seconda metà del Settecento si assiste al persistere del romanzo ispirato ai modelli stranieri, con le caratteristiche dell'avventura e della completa assenza di problematicità dei personaggi.
Perché potesse nascere un discorso narrativo complesso doveva arrivare Ugo Foscolo che, con il suo Jacopo Ortis del 1802 "dà il segnale di una nuova transizione formale" anche in Italia.
Vicino alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, testo fondamentale per la narrativa italiana di primo Ottocento, vi saranno I promessi sposi, romanzo che ha un altro modo di condurre la narrazione e in cui il narratore finirà per assumersi "la piena responsabilità di autore, di interprete ironico ed esplicito della storia".
Nella seconda metà del secolo è importante il fenomeno della letteratura d'appendice che consente al lettore il processo di immedesimazione nella vicenda.
Agli inizi del nostro secolo nascerà il romanzo sperimentale di Émile Zola in Francia e, in Italia, dal verismo di Luigi Capuana e Giovanni Verga.
Il romanzo è, a questo punto, un genere conosciuto e rispettato, almeno nelle sue espressioni più elevate ( i "classici"): con il Novecento la forma del romanzo, e più in generale l'intera cultura, è "investita da un vero turbine".
Appaiono all'orizzonte culturale e filosofico la psicoanalisi di Sigmund Freud, la logica di Ludwig Wittgenstein, la linguistica di Ferdinand de Saussure e anche la tecnica narrativa cerca di adeguarsi.
Dopo aver cercato rifugio nella rappresentazione di classi subalterne (scrittori veristi) oppure di classi alte (quelle narrate da Gabriele D'Annunzio), il romanzo non può più essere basato sulla relatività ed esso modifica la sua struttura: la trama spesso scompare, non esiste necessariamente una relazione tra la rappresentazione spaziale con l'ambiente, all'andamento cronologico si sostituisce un dissolvimento del percorso temporale e nasce un nuovo rapporto tra il tempo e l'intreccio (Italo Svevo, La coscienza di Zeno).
Cambia anche la tipologia del personaggio. Termina il mito dell'eroe che viene sostituito dai nuovi antieroi i cui tratti principali sono il senso di frustrazione, la perdita della propria identità, la mancanza di unità psichica, la sensazione di non essere autentici. (Luigi Pirandello del Fu Mattia Pascal e di Uno, nessuno, cento mila, Musil ne L'uomo denza qualità).
I protagonisti sono gli inetti, gli uomini, appunto, senza qualità alcuna, gli ammalati fisici e psichici, dei quali spesso si mette in scena l'inutilità dell'azione e della parola.
I problemi per il romanzo del Novecento sono ancora quelli della voce narrante, e al narratore che presenta il punto di vista dominante, come ne Il Piacere di D'Annunzio si sostituiscono più punti di vista.
Nel 1929, data che il critico letterario Giacomo Debenedetti fa coincidere come data di partenza per un discorso sul romanzo del novecentesco in Italia, appare un testo tipico per questo tipo di narrazione, Gli indifferenti di Alberto Moravia.
Altro esempio importante di soluzione sarà, nella seconda metà del secolo, quella adottata da Carlo Emilio Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957).
Ma in nessuno di questi casi viene però completamente eliminata la funzione del narratore. Lo farà Italo Calvino nel romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore nel 1979, dove assistiamo a più narrazioni di uno stesso materiale narrativo.
Sottogeneri
All'interno del romanzo, si possono operare diverse suddivisioni a seconda delle caratteristiche distintive che si rilevano e può pertanto essere classificato in diversi generi e, talvolta, sottogeneri letterari.
Potrà così essere definito:
- Romanzo di avventura quando le azioni e le vicende prevalgono sopra ogni altro aspetto del contenuto.
- Romanzo picaresco in cui l'eroe di bassa estrazione si fa strada in un mondo ostile
- Romanzo psicologico-intimistico quando emerge in primo piano l'individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.
- Romanzo a sfondo sociale se si tratteggia la vita dei ceti sociali economicamente svantaggiati o si denunciano situazioni di sopruso e pregiudizio.
- Romanzo di ambiente e di costume se si descrivono comportamenti di gruppi sociali e di individui che li rappresentano.
- Romanzo storico se la vicenda si svolge in un periodo storico ben definito e importante per lo svolgimento dei fatti.
- Romanzo comico-umoristico quando è condotto con un taglio che sottolinea lo stravolgimento delle situazioni normali e muove il riso.
- Romanzo giallo (o detective story) se la trama si fonda sulla dinamica delitto-investigazione e suoi ruoli di vittima-assassino-investigatore.
- Romanzo di fantascienza (o science-fiction) quando l'ambientazione è il futuro più o meno prossimo, in cui vengono proiettati i problemi scientifici e tecnologici dell'umanità.
- Romanzo di fantapolitica se vengono ripresi temi riguardanti l'organizzazione di uno stato o delle particolari ideologie e vengono fatte trasposizioni in chiave fantastica, camuffando i riferimenti realistici.
- Romanzo di spionaggio (spy-story) quando dominano sulla scena i conflitti tra agenti segreti di vari paesi (spesso CIA e KGB).
- Romanzo rosa se è orientato al sentimentalismo.
- Romanzo nero se è orientato alla violenza.
- Romanzo epistolare quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l'espediente del carteggio epistolare.
- Romanzo in forma di diario quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l'espediente del diario.
- Romanzo didattico, quando il romanzo è un pretesto per impartire insegnamenti.
- Romanzo di formazione, quando l'attenzione è rivolta alla evoluzione del personaggio verso la maturità e l'età adulta.
- Romanzo filosofico quando il romanzo è un pretesto per trasmettere dei concetti filosofici.
- Romanzo d'appendice, così chiamato perché pubblicato una volta "in appendice", a puntate, sui quotidiani e che dovendo sollecitare la curiosità del lettore fino al numero successivo, presenta una trama ricca di colpi di scena e di episodi ad effetto.
- Romanzo fiume se affronta, all'interno dello stesso testo, storie lunghissime di intere famiglie o gruppi sociali.
- Romanzo ciclico se appartiene a un gruppo di romanzi diversi, ciascuno a sé stante, ma legato agli altri dall'ambiente e dai personaggi.
- Romanzo feuilleton, dal nome di Octave Feuillet (1821-1890) autore de Il romanzo di un giovane povero, narrazione che si basa su forti sentimenti e casi sfortunati che di solito, dopo intricate vicende, si risolvono nel migliore dei modi.
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Greci
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- Delete. I think this should have been handled in the copyvios page, not relisted here. jni 06:38, 17 Dec 2004 (UTC)
- There is no copyright problem. See Wikipedia:Vandalism_in_progress#User:24.185.149.111, [User:Politician]. Merge and redirect content from before the copyvio notice. -- Jmabel | Talk 06:54, Dec 17, 2004 (UTC)
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